Facce(tte) italiane

Quante volte vi è capitato di sentire nella vostra vita canzoni risalenti al ventennio fascista? Beh. Ultimamente, ahinoi, non è diventato inusuale udire inizi di canzoni iconiche di quel periodo, come la riconoscibile introduzione di Faccetta Nera: SOL-SOL-SOL-SOL-LA-LA-SOL. Sempre più presente anche nei contesti giovanili come le scuole; faccetta nera è diventata una canzone “meme”, una canzone intonata e suonata per pura goliardia e voglia di scherzare (così dichiarano i giovani). Esempio eclatante di questo fenomeno di normalizzazione fascista è il fatto avvenuto in una scuola media nel piccolo paese di Cavaglià, in provincia di Biella, in cui un gruppo di giovani ragazzi ha deciso di festeggiare la fine dell’anno scolastico 2022-2023 intonando Faccetta Nera e concludendo l’indegna esibizione con un saluto romano. Il risultato? Una semplice richiesta di scuse dalla preside e una sospensione per i nostalgici alunni. Purtroppo oltre questo avvenimento, è sempre più frequente la riscoperta e l’utilizzo di questo inno al colonialismo (tra l’altro mai realmente riuscito) nelle scuole e tra i più giovani. È evidente che questi soggetti non sappiano realmente la storia della canzone (quasi) abolita dal duce, si perché quando nel 1935 Renato Micheli e Mario Ruccione scrissero il brano per la campagna in Africa, Mussolini considerava il testo come una forma di eccessiva promiscuità tra il popolo Italiano e quello all’ora Abissino. Ebbene sì, Faccetta Nera nasce come una sorta di inneggiamento all’unione tra i due popoli (se solo non fosse che pochi anni dopo, l’esercito Italiano compì abominevoli crimini di guerra su suolo Etiope). In particolare nel brano ci si riferisce, non a caso, alle donne Abissine. Ne è un esempio il verso che cita: “La legge nostra è schiavitù d’amore”. Insomma, questa canzone nasconde (in maniera neanche troppo velata) diverse sfaccettature di discriminazione. Eppure ancora oggi non si riesce ad estirpare dalle bocche degli Italiani quella marcetta che riporta indietro ai periodi più bui della nostra storia e alle disumanità commesse al di fuori dei confini nazionali. 37 anni dopo la fine della guerra (1982) un personaggio chiave della democrazia Italiana disse: “Cercate di darvi una fede politica, respingete però quelle idee politiche che non presuppongono il concetto di libertà, altrimenti andreste verso la vostra rovina”. Quel personaggio era Sandro Pertini.

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