Fiori di davidia, simbolo di sacrificio a causa dell’avidità umana

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Si intravedono timidi, timidissimi i primi fiori di davidia. Sono stati ormai piantati dieci anni fa, ma gli “alberi dei fazzoletti” custodiscono una memoria ben più lontana. Mostrano veli bianchi un po’ spiegazzati, che colorano di candido la parte più grigia della città.

Così quel fragile fiore nel svolazzare tra le vie della città porta con sé il peso di errori del passato, e il sacrificio dell’avidità umana.

Aprile infatti per la città di Casale Monferrato non è solo primavera, colline pittoresche, lunghe passeggiate tra le prime viti, ma anche silenzioso compianto per tutti coloro che sono state vittime di uno dei più terribili fallimenti industriali della storia: l’amianto. Questo insieme di minerali fibrosi noto anche come asbesto è un incubo senza fine; un’ombra che ancora la nuova generazione deve temere.

Quella fabbrica che nel 1907 diede speranza a centinaia di cittadini è oggi le lacrime di centinaia di famiglie. L’eternit, cemento amalgamato all’amianto, sembrava la rivoluzione industriale del secolo, era un materiale apparentemente senza difetti, leggero, indistruttibile, eterno. E così la fabbrica non dormiva mai, nel costruire e sfornare il nuovissimo fiore all’occhiello dell’industria edile nascevano amori, nascevano famiglie, correvano i bimbi buttandosi su quelle cataste di finta neve.

Vivevano nella spensieratezza di avere un lavoro stabile, un misero stipendio fisso, finchè anni e anni dopo l’apertura del più grande stabilimento Eternit d’Europa, quando ormai l’azienda era stata venduta ad una famiglia svizzera, gli operai iniziarono ad ammalarsi; tutti della medesima malattia. Nessuno sembrava a conoscenza della letalità di questo miracoloso prodotto, ormai impiegato per la costruzione di tegole, tubi, lastre ondulate, oggetti di design. Uno dietro l’altro venivano appesi all’ingresso i manifesti funebri.  Silenzio, solo silenzio, chi sapeva simulava, chi non sapeva non poteva che affidarsi alle bugie di chi teoricamente aveva la responsabilità di parlare. E’ il 1986, dopo evidenze scientifiche non più trascurabili, centinaia di diagnosi, lotte sindacali e una città ormai tutta coperta d’amianto, le fabbriche d’eternit chiudono definitivamente.

Quarant’anni dopo Casale Monferrato è stata quasi interamente bonificata e così le zone limitrofe, ma nulla ha ancora attutito il dolore dei suoi cittadini. Il 28 aprile verrà celebrata, come ogni anno, la giornata in memoria delle vittime dell’Amianto; riconosciuta dalla Repubblica in concomitanza con la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro.

Si stringe la città attorno alla sua ferita più profonda, non ancora marginata. Lacera l’intera comunità fino alle nuove generazioni, eredi di un fardello cittadino che non hanno vissuto. Quei giovani, così apparentemente lontani, portano in realtà il peso del collettivo, testimoniando un dolore familiare senza spiegazione.

La lotta si fa così di tutti, giovani ed anziani, testimoni oculari ed eredi inconsapevoli, perché la lotta è in realtà di tutti coloro a cui è stata tolta la possibilità di battersi.

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