I bambini del bosco

Ovviamente nessuno di noi può entrare nel merito della vicenda della “famiglia nel bosco”, poiché solo i diretti interessati, il loro avvocato e i giudici conoscono tutti i fatti e tutti i documenti.

Però l’occasione sarebbe stata ottima per avviare un dibattito nell’opinione pubblica (o meglio, in quel popolo che dovrebbe essere “sovrano” e che invece manco ci prova…) sulla riformulazione dell’art. 403 del Codice Civile operata dalla riforma Cartabia del 2021. Prima, con il testo precedente di tale articolo, il tribunale poteva intervenire in ipotesi prestabilite (minore abbandonato, allevato da persone incapaci di provvedere a lui, ecc.); adesso, con il testo attuale, la pubblica autorità può intervenire se il minore “si trova esposto, nell’ambito familiare, a grave pregiudizio e pericolo per la sua incolumità psico-fisica”.

La maggiore genericità della previsione amplia evidentemente i margini del possibile intervento pubblico. Si pensi alle coppie lgbtq, o amish, o no-vax, o rom, o fasciste, o comuniste, o praticanti l’homeschooling: non possono evidentemente avere la certezza di essere al sicuro. (Ho letto su un’autorevole testata che tutti i genitori che praticano l’homeschooling sono paranoici.)

Questa aumentata invasività dello Stato all’interno delle famiglie era stata segnalata all’epoca della riforma Cartabia, da molti commentatori, ma è rimasto un discorso per addetti ai lavori e nulla è giunto ai cittadini, che quindi non hanno potuto farsi un’idea se tutto ciò fosse giusto o sbagliato.

Nominalmente, la Costituzione assegna ai genitori il diritto di istruire ed educare i figli, ma di fatto in questo momento in Italia abbiamo 33.000 bambini tolti ai genitori.

È giusto che lo Stato operi in questo modo? Non cerchiamo di dare ora una risposta, osserviamo solo che la “famiglia nel bosco” è stata un’occasione persa per poterne discutere.

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