Il Barbesino

Proseguiamo nella nostra “indagine ” sul Turismo in Monferrato.

Dopo gli interventi sui numeri precedenti relativi a: Progetti Erasmus, Fondazione Ecomuseo della Pietra da Cantoni,  “Comuni Fioriti” e loro Marchio di Qualità, è la volta – in questo numero – del tema altrettanto significativo dell”Eno Turismo”Ospitiamo quindi l’intervento dell’agronomo dr. Maurizio Gily – consulente in viticoltura, divulgazione scientifica, progetti per le imprese del vino e per la pubblica amministrazione – svolto a Rosignano Monferrato lo scorso 5 ottobre in occasione del Convegno ivi svoltosi sul Quarantennale del Barbesino e, appunto, sulle prospettive dell’Eno Turismo in Monferrato.

Ricordando i 40 anni della nascita del Barbesino e il contesto in cui fu creato questo marchio, il parallelo con la realtà attuale viene spontaneo. Cosa dicevano negli anni ’80 gli esperti di marketing? I vini rossi corposi sono in difficoltà, bisogna fare vini più leggeri e beverini, meno vini rossi e più vini bianchi. Oggi sentiamo considerazioni molto simili, salvo un focus diverso sul successo degli spumanti che allora non c’era. In quegli anni molti produttori nel Monferrato toglievano vecchi vigneti di uve nere, spesso misti, come era tradizione locale, e piantavano Chardonnay, altri vinificavano in bianco la Barbera con risultati in genere discutibili. In Toscana il trebbiano che non si usava più mescolare al Sangiovese dava vita al progetto del Galestro, con un consorzio ben più potente di quello del Barbersino, una corazzata di cui facevano parte nomi come Ruffino, Antinori, Frescobaldi e Ricasoli. In Piemonte come ha ricordato Andra Desana nascevano nel contempo altri progetti simili per dare una nuova veste alla Barbera, Rovetto nel Roero e Arengo nell’Astigiano. Vini che hanno avuto poco successo e una parabola breve, malgrado investimenti significativi in comunicazione, almeno per l’Arengo. Il Barbesino è l’unico sopravvissuto, anche se ormai prodotto da una sola cantina. Personalmente non sono mai stato un grande fan del Barbesino perché ho sempre pensato che proprio qui dove è nata, in un certo senso, la DOC, si dovesse puntare su vini classici a denominazione di origine: tuttavia riconosco che, nel contesto in cui nacque il progetto, esso rispondeva ad alcuni precisi segnali provenienti dal mercato e dagli esperti: si riteneva che rappresentasse un vino del futuro. È poi stato davvero così? Pare di no. Negli anni ’80 e ’90, con la progressiva contrazione della domanda sul mercato locale e nazionale e l’esplosione invece di quello internazionale, soprattutto nel Nord America, la tipologia di vino rosso che sembrava affermarsi, guidata anche dal potere della comunicazione di critici molto influenti come Robert Parker, era del tutto diversa: vini corposi, strutturati, affinati in rovere nuovo. Una stagione che vide il grande successo dei “supertuscan” prodotti con i “tagli bordolesi” (in genere Sangiovese più Cabernet e Merlot); un trend capace di influenzare fortemente anche lo stile di vini classici come Barolo, Brunello, Chianti e gli stessi vini di Bordeaux, oltre che la Barbera nelle sue varie denominazioni. Tempi difficili per il Barbesino, ma anche per il Grignolino, molto lontani da quei canoni. Poi il vento è di nuovo cambiato. Oggi probabilmente è la versione spumante del Barbesino quella che può avere più appeal. Il metodo Martinotti di spumantizzazione, insieme ai vitigni autoctoni, lo lega bene alla storia locale.

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