Il ritorno d’Astrea

“Il ritorno d’Astrea”. Da Wikipedia: “Astrea è un personaggio della mitologia greca, una vergine stellare simboleggiante la giustizia. Era la dea vergine dell’innocenza e della purezza ed era associata alla costellazione della Vergine”.

“È un inneggiamento alla città di Casale, con altre citazioni ed in ultimo il riferimento agli Alerami, ai Paleologi, ai Gonzaghi”.

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O D E

Chi i concetti, e le rime, Come conviensi al trionfal soggetto, Or detta a me cantor doglioso, inetto A scior carme sublime, Onde celèbri con aonio canto Del mio Casale il riacquistato vanto?

Odo il clamor festoso Dell’adottiva patria, che mi scuote, E l’eliconie armoniose note Il plettro polveroso Tenta destar sull’obbliato liuto Da lunga pezza taciturno, e muto.

Scoppiò di Giove il tuono Con gran fragor del ciel nel manco lato, Ciascuno lo salutò di lieto fato Certo foriero suono, E i segni ad osservar de’ fausti eventi All’etra sollevò gli sguardi intenti.

Si aprì l’Olimpo, e scese Lieve, lieve dell’aure in sulle piume Di Temide la figlia, e del gran Nume; Al suo passar s’accese L’etera via d’un vivido splendore Simile al vago mattutino albore.

Quando la giusta Diva Sfavillante di luce in aria apparve, L’orrido verno rapido disparve Ver la ragion nativa; Si ornò la terra in nuzial pompa, e festa Della sua verde variopinta vesta.

Essa l’eburneo piede Posò là, dove presso al fertil monte, Volgendo al sol la gloriosa fronte, Lieta Casale siede, A cui e Bacco, e Cerere, e Pomona Gli almi tesori suoi tributa, e dona.

Ivi mirò Eridano, Che nell’ondoso letto in duolo immerso Stava membrando in lagrime converso Col capo annoso in mano Il suo perduto eccelso onor vetusto, Onde altero portava il fronte augusto.

Veglio, sclamò la Dea Frena, deh! frena il lungo tuo lamento, Sorgi, e l’oppressa fronte alza contento; Ve’: chi t’allegra, e bea, E paghi i tuoi desiri appieno rende Sul tuo fiorito margo oggi risplende.

Allor alzò le ciglia Eridano balzando fuor dell’onde, E ritornata Astrea sulle sue sponde Vide con maraviglia, La Dea, che i dritti, e li doveri libra, E ’l ver dal falso non fallibil cribra.

Ella con la sinistra Le auree bilancie pensili sostiene, E nella destra man la spada tiene Di vendetta ministra, E seco ha il libro delle leggi sante, Che la mente dettò del gran Tonante.

Quì per voler di Giove, La Dea riprese, fermo fia mio seggio, Ed i popoli quinci io signoreggio Col fren di leggi nuove; Quì fia, che il campo ceda e forza, e frode Per me de’ beni altrui fedel custode.

Quì dal maggior Lago, Da Iria sassosa, e dal Ticin remoto A offrir sull’ara mia supplice voto Verrà il cliente, e pago Dal labbro dei ministri del mio tempio Udrà il responso, d’equitade esempio.

Tale opulenza, e gloria Fia pur, che intanto a te ne venga, e torni Qual non vedesti mai ne’ prischi giorni, Onde serbi memoria; E alla città. che sorge a te vicina, Grande incremento largo il ciel destina.

I divi accenti accolse Giulivo, e festeggiante il Re de’ fiumi, E al ciel sereno alzando i glauchi fiumi Inno di laude sciolse, E il sovrano favor grato n’espresse Sul monumento, ch’egli a Giove eresse.

Udìr l’eco sonora Gli Alerami, I Paleologi, i Gonzaghi, E nudi spirti escìr del sole ai vaghi Rai dalla lor dimora; Lieti in omaggio al monumento intorno Sacràr lor serti, e all’urne fèr ritorno.

D. Giovanni Pasquali Parroco del Crocifisso, e dell’Addolorata

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