Impariamo a non voltarci dall’altra parte

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In un piccolo paese come Vignale Monferrato capita che ci si conosca tutti. Si conoscono le abitudini, le relazioni, persino le crepe nelle vite degli altri, perché fanno parte della stessa quotidianità condivisa.
Di fronte alla ferocia con cui Loredana Ferrara è stata uccisa dall’ex compagno, non ho percepito stupore né incredulità. Piuttosto, una rassegnazione silenziosa: come se quel male fosse già noto, già visto, e in qualche modo accettato.
Quando abbiamo iniziato a voltarci dall’altra parte di fronte alla violenza?
Perché, accanto a una vittima e a un colpevole, esiste sempre una zona grigia fatta di silenzi, omissioni, sguardi rivolti altrove, orecchie che scelgono di non sentire. È lì che una comunità smette di esserlo: nel momento in cui ciò che accade accanto a noi diventa “qualcosa che non ci riguarda”.

“Lei diceva sempre che aveva paura di lui”.
È in frasi come questa che si misura la distanza che scegliamo di mettere tra noi e gli altri: quella che nasce quando non si fanno domande, per paura delle risposte o delle responsabilità che ne derivano.

Smettere di voltarsi dall’altra parte non è un gesto eroico. È il minimo che definisce una comunità.

Mi hanno colpito le parole del parroco di Vignale, don John Ahlina Atama: “Questa situazione mi mette in difficoltà perché sia Loredana, che non c’è più, sia Silvio, che è ancora tra noi, hanno bisogno di me”.
È una posizione difficile, forse scomoda, ma necessaria: riconoscere che il male esiste è il primo passo per non lasciargli spazio. Perché è proprio lì, nella scelta di non restare indifferenti, che una comunità può ancora dirsi tale. Perché il silenzio, in certi casi, non è neutralità. È una scelta.

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