La Gen Z nepalese contro la corruzione

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L’8 settembre è avvenuto la più grave crisi politica della storia del Nepal. Tutto ha inizio con la decisione del governo guidato dal primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli, di bloccare 26 piattaforme social – tra cui Facebook, Instagram e YouTube – con la motivazione del governo di “limitare la disinformazione”. In un paese come il Nepal in cui la rete è il principale spazio di confronto e protesta, il gesto del governo è stata vista da parte del popolo come un tentativo di censura. Nel giro di poche ore, migliaia di giovani sono scesi in piazza nella capitale Kathmandu e in altre città. Le manifestazioni, inizialmente pacifiche, sono diventate sempre più intense, alimentate dalla rabbia contro la corruzione e il nepotismo. Intanto si era trovato uno slogan “#GenZ contro #NepoKids”. Le tensioni sono esplose ufficialmente l’11 settembre, quando il Parlamento è stato incendiato e diversi edifici pubblici sono stati presi d’assalto. Questo gesto ha ricevuto la risposta dell’esercito che ha deciso di sparare sulla folla, ciò ha provocato oltre 70 morti e più di 1300 feriti. «Eravamo in piazza pacificamente – racconta un manifestante – ma la polizia ha cominciato a sparare. Ci hanno puntato le pistole alla testa e distrutto i telefoni, è stato un incubo». Con il Paese in fiamme e i ministri costretti alla fuga, il premier Oli ha rassegnato le dimissioni. Il presidente della Repubblica del Nepal Ram Chandra Paudel, ha deciso di affidare la guida del governo alla giurista Sushila Karki, 73 anni, ex presidente della Corte Suprema, nota per la sua integrità e indipendenza. Karki ha giurato il 12 settembre promettendo di ristabilire l’ordine e preparare le elezioni anticipate previste per marzo 2026. Appena è entrato al governo, Karki ha visitato l’ospedale di Kathmandu dove erano ricoverati i giovani feriti negli scontri, un gesto che molti hanno interpretato come un segnale di vicinanza alla generazione che ha guidato la protesta. Oggi, a un mese di distanza, il paese prova a tornare alla normalità, intanto il coprifuoco è stato revocato, i social media sono stati riattivati e le scuole riaperte. Ma la calma sembra apparente: le strade della capitale portano ancora i segni della rivolta con le vetrine dei negozi rotte, incendi e sui muri scritte con slogan di denuncia. «La premier Karki ha cambiato i volti, ma non ancora il sistema», dice uno dei giovani manifestanti, in effetti il governo di transizione ha poteri limitati: non può avviare riforme profonde né processi contro i responsabili della violenza. Intanto, la crisi economica peggiora. Il turismo è crollato, i prezzi aumentano e ogni anno migliaia di giovani lasciano il Paese in cerca di lavoro. Tuttavia, qualcosa è cambiato: la Generazione Z ha dimostrato di poter incidere davvero nella politica nepalese questo anche grazie a Balendra Shah, detto Balen, rapper, ingegnere civile ed ex sindaco di Kathmandu di 35 anni. Balen è diventato il simbolo del riscatto giovanile ed è attualmente il favorito per le prossime elezioni. Oggi il Nepal sta cercando di mettersi in piedi dopo settimane di scontri, ma nelle parole di una ragazza che ha manifestato in piazza, si riassume tutto il senso di questa ribellione: «Abbiamo perso amici e tempo, ma non la voglia di cambiare. Questa volta non torneremo indietro».

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