La monarchia di Donald Trump

Ritorniamo ai principi di Luigi XIV di Francia, in cui si sosteneva che il sovrano non era responsabile davanti a nessuna autorità umana.

L’affermazione di Donald Trump, pubblicata dall’New York Times l’8 gennaio 2026, secondo cui “l’unico limite al suo potere globale sarebbe la sua stessa moralità e la sua mente”, ha destato un’ondata di reazioni che va ben oltre la polemica contingente, toccando un nodo centrale della teoria politica e del diritto: la natura stessa del potere e dei suoi limiti.

Una simile dichiarazione non colpisce soltanto per il suo tono assertivo, ma perché rimette in discussione il principio fondativo delle democrazie moderne, secondo cui l’autorità non può mai essere autosufficiente né auto-limitarsi sulla base della sola coscienza individuale. Affermare che il freno ultimo all’azione politica risieda nella moralità personale del leader significa spostare il baricentro del potere dalle istituzioni alle intenzioni, dalle regole condivise alla soggettività di chi governa.

Storicamente, questa concezione non è nuova. Essa richiama modelli di potere in cui il sovrano si collocava al di sopra delle leggi, rispondendo solo a un principio interno: fosse esso Dio, l’ideologia o la propria visione del bene. In tali sistemi, la morale del governante non fungeva da limite reale, ma da fondamento della sua legittimazione assoluta. Il rischio intrinseco di questa impostazione è evidente. Quando il potere coincide con la coscienza di chi lo esercita, ogni controllo esterno diventa superfluo e ogni opposizione può essere percepita come illegittima.

Nel corso della storia politica mondiale, recente e passata, ci sono stati precedenti in cui leader hanno sostenuto o esercitato potere senza limiti giuridici chiari, basando la propria autorità in concetti simili alla “morale personale” o alla “volontà unica dell’individuo”. Pensiamo alle monarchie assolute come quella di Luigi XIV di Francia, in cui si sosteneva che il sovrano non era responsabile davanti a nessuna autorità umana, ma solo davanti a Dio. Più recentemente, pensiamo alla Germania nazista in cui vigeva il principio che assegnava a Hitler e alla sua leadership autorità assoluta, con l’idea che la volontà personale del Führer fosse la fonte ultima di legge e azione politica.

Questo modo di concepire il potere si contrappone fortemente al potere controllato esercitato e regolamentato dalle Costituzioni delle democrazie moderne, ivi compresa quella degli Stati Uniti. Nelle democrazie moderne, la separazione dei poteri, il diritto internazionale e i sistemi di pesi e contrappesi rappresentano le colonne portanti per garantire giustizia, equilibrio e rispetto dei diritti per tutti i cittadini e tutela stessa per i governanti del potere.

Naturalmente quanto detto sopra non deve far pensare che la moralità e l’intelligenza dell’uomo al potere siano irrilevanti, anzi, tutt’altro. Queste qualità, quando ci sono, sono determinanti a orientare le scelte politiche, a interpretare le norme in modo responsabile e a esercitare il potere con senso del limite. La qualità morale e intellettuale del governante è dunque un elemento cruciale, ma non può mai sostituire le regole istituzionali necessarie per esercitare l’esercizio dell’autorità.

Da questo punto di vista è auspicabile che le parole di Trump siano soltanto una provocazione politica e non un sintomo di antipolitica, molto di moda, purtroppo, ai giorni nostri. Antipolitica che tende ridurre la complessità delle società moderne e a istituire un rapporto verticale tra governanti e cittadini, dove il ruolo delle istituzioni, del diritto interno e internazionale sono ridotti a orpelli stantii e inutili. A ricordarci quanto sia pericolosa questa semplificazione del rapporto tra potere e cittadini basterebbe tornare a una lezione antica ma sempre attuale: “ogni uomo che ha del potere è portato ad abusarne”, scriveva Montesquieu.

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