L’egemonia culturale è un processo lungo e profondo, non il controllo delle istituzioni e dei media

La telecronaca infelice di Petrecca alle Olimpiadi e la rinuncia del comico Pucci al palco di Sanremo, in un paese normale, sarebbero rimasti episodi di cronaca minore, rapidamente assorbiti dal rumore di fondo mediatico. Invece, nell’Italia polarizzata di oggi, diventano casi emblematici, vessilli di uno scontro ideologico permanente che trasforma dettagli marginali in simboli di una presunta guerra culturale. Dentro questa dinamica si inserisce il tema, sempre evocato e raramente compreso, dell’egemonia culturale. Termine abusato, spesso ridotto a slogan polemico, che viene agitato come arma retorica soprattutto a destra, nel tentativo di smascherare un dominio progressista ritenuto pervasivo. Ma cosa significa davvero “egemonia culturale”? E soprattutto: è sensato misurarla attraverso casi come Pucci o Petrecca?

Se si assume la definizione gramsciana, l’egemonia culturale non coincide con il controllo delle istituzioni, dei media o dei palinsesti televisivi. Non è un’occupazione militare di spazi simbolici. È, piuttosto, un processo lungo e profondo, attraverso il quale una visione del mondo riesce a farsi senso comune, a sedimentare nei linguaggi, nei comportamenti, in altri termini a diventare costume condiviso.

Ed è proprio qui che il dibattito contemporaneo mostra tutta la sua fragilità. Perché una vera egemonia culturale non si misura sul piano delle sensibilità effimere, né tantomeno sulle polemiche mediatiche. Le grandi egemonie della storia non hanno prodotto solo narrazioni o orientamenti morali: hanno generato civiltà. La cultura greca, quella romana e quella giudaico-cristiana non sono state semplici “egemonie simboliche”, ma sistemi di senso capaci di tradursi in istituzioni, diritto, architettura, arte, scienza, organizzazione sociale. Ancora oggi viviamo immersi in quei lasciti: nel logos greco, nel diritto romano, nell’idea cristiana di persona e di dignità umana.

Alla luce di questo, parlare di egemonia culturale riferendosi a un comico escluso da Sanremo o a una telecronaca maldestra appare non solo sproporzionato, ma fuorviante. È una caricatura dell’egemonia, una sua riduzione a rissa mediatica. Da un lato, una destra che invoca la fine del dominio culturale progressista ma finisce per aggrapparsi a simboli fragili, incapaci di reggere il peso di una visione del mondo alternativa. Dall’altro, una sinistra che viene accusata di egemonia mentre appare spesso disorientata, priva di un progetto culturale coerente, più intenta a difendere posizioni acquisite che a produrre nuove sintesi.

C’è poi un ulteriore nodo, spesso rimosso: le egemonie culturali non nascono sotto la regia diretta del potere politico. La storia insegna che le grandi stagioni culturali fioriscono in contesti di libertà, pluralismo, conflitto aperto delle idee. La cultura non si decreta, non si impone per legge, non si costruisce occupando consigli di amministrazione o palinsesti. Quando la politica tenta di orientare direttamente la produzione simbolica, il risultato è quasi sempre la sterilizzazione del pensiero. E qui emerge il paradosso di chi, soprattutto a destra, sogna una nuova egemonia culturale ma mostra una naturale diffidenza verso il dissenso, l’irregolarità, la sperimentazione, cioè proprio le condizioni che rendono possibile la nascita di una cultura viva.

In questo scenario, l’amplificazione di casi marginali risponde a un’esigenza di semplificazione: è più facile combattere una battaglia simbolica su Sanremo che confrontarsi seriamente su lavoro, disuguaglianze, scuola, trasformazioni tecnologiche, crisi demografica. Ma così facendo, lo scontro culturale si riduce a una guerra di bandierine, priva di profondità storica e di respiro civile. La verità, forse scomoda per entrambi gli schieramenti, è che non siamo affatto alla vigilia di una nuova egemonia culturale, né tantomeno di una nuova civiltà. Le nostre società restano profondamente intrise delle eredità greco-romane e giudaico-cristiane, che continuano a strutturare il nostro modo di pensare, di vivere il diritto, la politica, la persona.

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