“Norimberga”, il film: il fascino inquietante del male ordinario

«L’unico indizio per sapere ciò che l’uomo può fare è sapere cosa ha fatto»: questa frase di R.G. Collingwood chiude “Norimberga”, il film di James Vanderbilt uscito nelle sale italiane il 18 dicembre scorso. La pellicola racconta l’omonimo processo attraverso lo sguardo di Douglas Kelley (Rami Malek), sconosciuto ai più, ma che a Norimberga ebbe un ruolo rilevante: come psichiatra militare, fu incaricato di valutare se le condizioni psichiche degli imputati consentissero loro di essere processati, ma anche “tenerli in vita” fino alla sentenza, dopo i suicidi di Goebbels, Himmler e Hitler. Ma Kelley vide anche un’occasione unica: studiare da vicino gli uomini ritenuti responsabili delle atrocità più estreme del Novecento, immergendosi in un vero e proprio viaggio alle origini del male.

Il film si concentra sul rapporto tra Kelley e Hermann Göring (un Russell Crowe che avrebbe meritato una candidatura agli Oscar): il “numero due” di Hitler era la prima carica ancora in vita del Terzo Reich e aveva seguito il Führer fin dai suoi esordi, affascinato dalla sua personalità e dalla capacità di risollevare il morale di una Germania allo stremo. Forse che Kelley si immaginasse di trovare in lui, come negli altri, una mente deviata, patologie evidenti, una personalità inquietante? In ogni caso, tale aspettativa fu del tutto smentita: nei “ventidue” di Norimberga, a eccezione di Robert Ley, Kelley individuò invece persone intelligenti, colte, spesso padri di famiglia.

La scoperta fu sconvolgente: il male non è compiuto da individui mostruosi, ma può nascere dall’intreccio fra tratti caratteriali molto diffusi, un contesto storico favorevole e, magati, un leader carismatico da seguire. Nel suo saggio “22 Cells in Nuremberg” (1947), Kelley espose la sua teoria: i nazisti non erano disumani, ma individui ordinari plasmati da un sistema pronto a ripresentarsi. Le sue conclusioni anticiparono di sedici anni “La banalità del male” di Hannah Arendt, ma, nell’America del dopoguerra, apparvero troppo inquietanti per essere ascoltate.

Il film suggerisce però qualcosa di ancora più perturbante: Kelley stesso finì per subire il fascino di Göring, cadendo, almeno in parte, nella stessa trappola che stava cercando di analizzare. Pur essendo lontanissimo dall’ideologia nazista, divenne preda di una dinamica sottile di riconoscimento e fascinazione che mostra quanto sia labile il confine tra chi agisce il male e chi crede solo di osservarlo dall’esterno. È questo a rendere la lezione di Norimberga ancora attuale: in contesti di crisi e polarizzazione, individui ordinari potrebbero ancora aderire a sistemi violenti, giustificare l’ingiustificabile e rinunciare gradualmente alla propria responsabilità morale. Il compito più scomodo della Storia è forse proprio questo: ricordarci che ciò che è accaduto non è stata un’eccezione, ma una possibilità sempre aperta.

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