Referendum sulla giustizia

La riforma della giustizia voluta dal governo attuale ha superato anche l’ultimo voto in Senato, ma senza la maggioranza dei due terzi necessaria per entrare subito in vigore. Toccherà quindi ai cittadini pronunciarsi con un referendum confermativo, previsto per la primavera del 2026. È un passaggio obbligato, ma anche un passaggio politico, perché il voto popolare rischia di trasformarsi, più che in una riflessione sulla giustizia, in un giudizio sul governo.

È la democrazia bellezza! La parola torna al popolo. Ed è vero, almeno in teoria. Tuttavia, qui si apre una questione più profonda: lo strumento del referendum è sempre utile? O, come in questo caso, finisce per far ricadere sugli elettori il compito che spetterebbe ai parlamentari, ossia assumersi la responsabilità delle scelte più complesse e tecniche? Non tutto ciò che è costituzionale è anche semplice. La riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati non è una questione di coscienza, come l’aborto o il fine vita; è un tema di equilibrio istituzionale, di rapporti tra poteri dello Stato. Chiedere al cittadino medio di pronunciarsi con un “sì” o un “no” su un argomento del genere significa pretendere una consapevolezza e una competenza che raramente il cittadino medio riesce a garantire.

Eppure, non si può negare che la democrazia diretta rappresenti un valore fondamentale. Tuttavia, ogni strumento democratico può diventare fragile se utilizzato come scorciatoia. E in Italia, dove la partecipazione elettorale scende a ogni tornata, il rischio è che a votare vadano soprattutto le frange più motivate, più rumorose, più ideologizzate. In assenza di quorum, basterà una minoranza organizzata per determinare il destino di una riforma che riguarda tutti.

Per comprendere meglio la portata di questo voto, vale la pena ricordare alcuni referendum che hanno segnato momenti cruciali della nostra democrazia. Basti pensare al referendum del 2 giugno 1946, quando gli italiani — e per la prima volta anche le italiane — scelsero tra Monarchia e Repubblica. Fu una consultazione che fondò la Repubblica e inaugurò la partecipazione delle donne alla vita politica del Paese. Un momento di svolta che ancora oggi rappresenta il simbolo più alto della democrazia diretta. Tuttavia, nel corso della vita repubblicana, non sempre lo strumento referendario è stato utilizzato in modo coerente con i principi ispiratori dei padri costituenti. Del resto, nel formulare l’articolo 138 della Costituzione, essi intesero sì garantire la partecipazione popolare, ma anche mantenere un equilibrio tra Parlamento e popolo -necessari i voti dei 2/3 dei parlamentari- evitando che il referendum costituzionale si trasformasse in un plebiscito.

Ed è proprio questo il rischio che si profila oggi, cioè quello di vedere il referendum ridotto a un giudizio politico più che a una scelta di merito. È molto probabile che anche in questo caso il voto si trasformi in un plebiscito pro o contro il Governo. È già accaduto in passato che il contenuto del quesito si dissolvesse nella contesa politica. La domanda, allora, è inevitabile: si voterà davvero sulla giustizia o sul gradimento del governo? La risposta, purtroppo, sembra già scritta nelle strategie dei partiti, più impegnati a contendersi la paternità della consultazione che a discuterne il contenuto.

Eppure, la separazione delle carriere dei magistrati e tutto quello che ne consegue, è un tema che meriterebbe un confronto serio, senza slogan né tifoserie. Invece si prepara l’ennesimo voto dove il “sì” e il “no” rischiano di diventare bandiere identitarie più che posizioni ragionate. Così, la democrazia diretta si riduce a un gioco delle parti: ai parlamentari per non decidere, ai cittadini per sfogare il proprio disagio politico, ai partiti per contarsi e marcare il territorio.

Tuttavia, non tutto è perduto. Basterebbe poco per restituire senso al referendum; informare, spiegare, discutere nel merito. Solo così si può trasformare una consultazione in un esercizio autentico di democrazia. Non chiedere agli italiani da che parte stanno, ma che Paese vogliono.

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