Saluto romano nella foto scolastica: solamente una “bravata”?

Siamo a Roma, uno degli ultimi giorni di scuola. Un nutrito gruppo di studenti si fa fotografare a petto nudo, alle spalle uno striscione con una scritta in caratteri in stile “ventennio”, in posa con il braccio destro teso in alto, nel tipico gesto del saluto romano. A leggere i giornali nei giorni successivi ai fatti, si tratterebbe di una trentina di maturandi. Una notizia che è subito riecheggiata nella cronaca nazionale e alcuni quotidiani avrebbero riportato come non si sia trattato di un evento isolato, ma solo dell’ennesima iniziativa di un gruppo che, come avrebbero raccontato alcuni genitori in un comunicato, ha spesso vandalizzato i locali dell’edificio con simboli e frasi inneggianti al duce e a ideologie nazifasciste.

I commenti su quanto accaduto si potrebbero sprecare: lo stupore che queste cose accadano proprio a scuola, il luogo che dovrebbe insegnare la tolleranza, la democrazia, i valori costituzionali; la tendenza a minimizzare il tutto etichettandolo come l’adesione a una “moda”, una provocazione fine a sé stessa; la spiegazione di questo gesto come la conferma che una certa retorica non è mai stata definitivamente messa al bando, in barba a quanto auspicato dalla Costituzione, e che ritorna regolarmente anche tra i giovanissimi, soprattutto nei momenti in cui ci appaiono più deboli e spaesati. La questione, però, è molto più profonda. Prima di tutto, questa trentina di studenti non rappresenta un caso isolato, ma si tratta semplicemente del campione di un gruppo ben più esteso, salito alla ribalta della cronaca nazionale solo per aver compiuto un gesto un po’ più “plateale”. Ma, soprattutto, si tratta di ragazzi che dovrebbero essere stati abituati a vedere sui libri quegli stessi segni che hanno riprodotto e che la storia dovrebbe aver insegnato loro ad associare a qualcosa a cui avvicinarsi, quantomeno, con spirito critico.

Se mi chiedeste se i ragazzi del liceo Malpighi hanno dato prova di essere fascisti, vi direi quasi certamente di no. Come non lo sono, mi auguro, molti dei giovani e giovanissimi che oggi percepiscono come attraente e riproducono una simbologia che dovremmo aver imparato a problematizzare. Quello che è certo, però, è che dobbiamo interrogarci e resistere alla tentazione di etichettare ciò che è successo come una “bravata”. Certo, un conto è la provocazione e un contro è la vera adesione ideologica, ma non dovremmo chiederci perché sia stato scelto proprio quel linguaggio? Se si volesse provare a tracciare un parallelismo semplice, tanto da sembrare quasi superficiale, potremmo dire che oggi come un secolo fa ci troviamo in un periodo di grande smarrimento, in cui tutto attorno a noi sembra risuonare a vuoto, di un vuoto che è soprattutto vuoto di senso. Ci sentiamo deboli, fragili, lo sono soprattutto i nostri giovani – lo dicono decine di indagini a livello psicologico e sociale – e, com’è naturale, ci sentiamo attratti da simboli forti, che ci danno un senso di coesione e inviolabilità e ci affascinano con l’estetica di un potere saldo e vigoroso.

Come reagire, allora, a fatti come quello di Roma? La scuola si è affrettata a dichiarare che i responsabili sono stati sanzionati, gli scrutini riaperti e i voti di condotta abbassati, e tutti si sono dissociati da quanto accaduto. Si tratta di un primo passo giusto e necessario, ma non basta condannare, bisogna capire e soprattutto offrire alternative. Questi ragazzi cercano qualcosa che dia loro un senso di appartenenza, di forza, di identità in un mondo che percepiscono come liquido e incerto. Il nostro compito, come educatori e come società, non è solo spiegare perché non saranno quei simboli a dare ai nostri ragazzi quello che manca loro, ma riuscire a rendere altrettanto attraenti e “forti” i valori democratici. La Costituzione, la Resistenza, l’antifascismo non possono essere solo capitoli di storia da studiare a memoria, ma devono diventare esperienze vive, capaci di emozionare e coinvolgere. Dobbiamo far riscoprire che anche la democrazia ha i suoi eroi, le sue storie epiche, i suoi momenti di coraggio e solo così, forse, potremo competere con il fascino apparente di simboli che promettono certezze facili in un mondo complesso. La sfida non è tanto “combattere il male” quanto rendere il bene sufficientemente attraente e significativo per giovani menti in cerca di senso.

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