Sette nuovi ospedali…?

La firma del protocollo d’intesa tra la Regione Piemonte e l’INAIL per la costruzione di sette nuovi ospedali è stata salutata come un “accordo storico”. Il documento prevede un investimento potenziale di 4,5 miliardi di euro, di cui oltre 2 miliardi provenienti dall’ente previdenziale. Le nuove strutture sorgeranno a Torino Nord, Ivrea, Vercelli, Savigliano, Cambiano, Cuneo e Alessandria.

Si tratta di un progetto ambizioso che – secondo il presidente Alberto Cirio – pone il Piemonte all’avanguardia nella sanità pubblica italiana: “È la prima intesa in Italia di questo genere, e testimonia la volontà di superare la stagione delle parole per entrare in quella dei cantieri”.

È innegabile che l’accordo affronti un problema reale: molte strutture ospedaliere piemontesi sono obsolete, energivore e, in alcuni casi, addirittura non conformi alle normative antisismiche e antincendio. L’idea di realizzare ospedali moderni, digitalizzati ed efficienti, anche dal punto di vista ambientale, rappresenta un passaggio necessario, se non urgente.

Tuttavia, come accade per la maggior parte dei protocolli d’intesa, anche questo al momento è un atto di buone intenzioni. In particolare, l’INAIL non è vincolata a finanziare i progetti qualora non vengano ritenuti idonei. Le opposizioni parlano apertamente di “spot elettorale”: l’ente si riserva infatti di valutare i progetti successivamente e solo allora, eventualmente, erogare i fondi.

Al di là delle strutture, però, la vera emergenza della sanità piemontese non è di tipo soltanto edilizio, bensì legata al personale. Secondo i dati dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), la Regione ha perso migliaia di infermieri e centinaia di medici dal 2020 a oggi, senza riuscire a compensare il fabbisogno nei reparti chiave.

Nei Pronto Soccorso la carenza è drammatica: un’altissima percentuale dei turni rimane scoperta e si ricorre sistematicamente a medici “gettonisti”, con un costo medio per la Regione di diversi milioni di euro l’anno. I tempi di attesa per una visita specialistica superano spesso i nove mesi, mentre l’emorragia di professionisti verso il settore privato o altre regioni continua.

In questo contesto, costruire nuovi ospedali senza disporre del personale necessario per farli funzionare rischia di essere un’operazione velleitaria, o peggio, la creazione di scatole vuote: tanto cemento, ma poca concretezza. Le buone intenzioni non bastano. Come recita il proverbio: “La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”. In sanità, questa strada è spesso segnata da annunci roboanti, protocolli d’intesa e inaugurazioni simboliche, mentre nei reparti e nei corridoi dei Pronto Soccorso si combatte ogni giorno con la carenza di personale, i turni massacranti e la frustrazione dei pazienti in attesa.

È auspicabile che al protocollo d’intesa seguano fatti concreti, che non si limitino alla costruzione di nuovi edifici, ma prevedano anche un reale rafforzamento del capitale umano. Perché la sanità pubblica torni davvero a essere un pilastro di equità e qualità, è indispensabile affiancare alla realizzazione delle nuove strutture un investimento serio e strutturale nelle risorse umane. Nessuna tecnologia, per quanto avanzata, potrà mai sostituire la competenza, la dedizione e la presenza quotidiana di medici, infermieri e operatori sanitari. Solo così sarà possibile dare senso e sostanza ai nuovi ospedali.

Questo articolo ha un commento

  1. Gian Carlo Curti

    L’intervento di Giovanni Bellistri sui 7 Nuovi Ospedali (?), è notevole, pronto, preciso e… giustamente problematico. Giovanni Bellistri si segnala spesso per una presenza sul Territorio di rara efficacia e di forte autonoma decisione indicativa di forme di realtà obiettive.
    Gian Carlo Curti

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