Si fa presto a parlare di pace

Pace. Una parola che fa tirare un sospiro di sollievo, che evoca tregua, speranza, futuro. Ma cosa significa davvero, oggi, pronunciare questa parola dopo anni di sangue, odio e distruzione?

Il ritiro delle truppe, la liberazione di ostaggi e prigionieri: passi che vengono accolti con favore. Eppure, dopo aver assistito al 7 ottobre, una data che rimarrà nella storia per la sua atrocità, e ai due anni successivi di massacri contro civili, con un numero esorbitante di vittime e interi quartieri ridotti in cenere, possiamo davvero parlare di pace?

I palestinesi stanno tornando nelle loro case, ma non trovano più nulla. Le scuole non esistono più, gli ospedali sono in rovina, e la ricostruzione sarà lunga, faticosa, incerta. Chi sosterrà questo processo?

Le persone, stremate e affamate, ricevono ora gli aiuti umanitari che Israele ha bloccato per quasi due anni. Ma i pacchi di cibo e le tende non possono colmare il vuoto di chi ha perso la famiglia, la casa, l’infanzia e forse, la fiducia nel mondo.
Chi si prenderà cura di ricostruire uno stato d’animo collettivo che non cerchi vendetta, ma giustizia?

Dall’altra parte del confine, anche il dolore ha un volto. Abbiamo letto la storia di Roei Shalev, israeliano sopravvissuto al 7 ottobre, che ha visto morire accanto a sé la fidanzata e la migliore amica. Un ragazzo che ha perso tutto in un solo giorno e non ha retto e si è tolto la vita. La sofferenza, in questa guerra, non ha una sola bandiera.

Eppure, in entrambe le terre, ora è anche il momento di occuparsi della salute mentale delle vittime, dei sopravvissuti, dei bambini cresciuti tra sirene e bombardamenti.

Parlare di pace è facile. Costruirla e mantenerla è un’altra cosa.
Richiede memoria, responsabilità, compassione.
Richiede, soprattutto, che il mondo intero smetta di usare la parola pace come una promessa e cominci a viverla come un dovere.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.